Io sono te dopo la tua morte

paolo

Io sono i tuoi peli, i tuoi capelli che crescono dopo la tua morte.
Io sono le tue unghie che crescono dopo la tua morte.
Io sono i tuoi liquidi, la tua materia fecale che percorre i tuoi intestini dopo la tua morte.
Io sono i gas che ti gonfiano dopo la tua morte.
Io sono il ricordo di te dopo la tua morte.
Io sono gli anniversari dopo la tua morte.
Io sono la vita dopo la tua morte.
Io sono te dopo la tua morte.

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Questi sono i nostri tempi

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– … ma te lo immagini se ai nostri tempi ci fosse stato Facebook? O YouTube?…
– Ma i nostri tempi, quali? Questi sono i nostri tempi.

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Allora non svegliarmi

onda-… e quindi?
– E quindi niente! Siamo arrivati fino qui contro ogni aspettativa.
– Esagerato!
– Perchè? Sinceramente tu c’avresti messo la mano sul fuoco?
– Io la mano non la metto neppure in tasca, figuriamoci sul fuoco!
– Ecco, appunto e invece siamo ancora qui. Tu ed io.
– Come Dio?
– Ed io! Non sentire solo il suono della mia voce, leggi anche le parole. Ed staccato io. Ed io.
– Comunque il suono della tua voce è tanto tempo che non lo sento. Qui dentro rimbomba sempre e solo un timbro, e le pareti gli fanno eco.
– … e le caprette ti fanno ciao.
– Vabbè, hai ancora i postumi della sbornia.
– Ma ho bevuto un paio di bicchieri appena.
– E si vede che con l’età non li reggi più.
– In effetti l’età avanza e non la possiamo neppure mettere in frigo.
– Ho capito, vai a riposare. Ancora auguri.
– Svegliami quando tutto sarà finito.
– Per cosa?
– Hai ragione. Allora non svegliarmi.
– Buonanotte.

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Grazie marionetta

marionette– … e a distanza di anni è successo ancora!
– Che due coglioni!
– Dillo a me! Dopo 20 anni mi pare.
– È la forma curva del tempo.
– È successo che i fantocci sono venuto allo scoperto, in cerca del loro palcoscenico di cartone, sotto le luci della ribalta ma coi fili tagliati, muovendosi a stento, goffi come…
– Come fantocci…
– Esatto, come fantocci, inconsapevolmente ridicoli ma senza far ridere.
– Far ridere è un’Arte.
– … e questi fantocci di Arte non sanno nulla.
– Sono fantocci.
– Attratti dalla luce dei proiettori, come falene, come Icari.
– Ma senza alcuna protezione, sensa sapienza, sensa senso, senza speranza direi.
– No, la speranza ce l’hanno, ma è l’ordine giusto delle cose che gliela nega.
– Alla fine lo sappiamo bene che tutti i fantocci ritornano nel loro baule in soffitta. Arrivederci e grazie.
– Grazie Mario.
– Grazie marionetta, direi.

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Situazione attuale.

– Buon anno!

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Certo che è una metafora, imbecille!

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– Allora che fai? Non esci più?
– No. Oramai è impossibile girare come facevamo una volta. Da quando hanno liberalizzato le strade, reso i mezzi accessibili a tutti, è diventato un inferno. Tutti in strada a intasare ogni via e senza la minima conoscenza delle regole, del significato dei cartelli, del codice stradale. Da quando chiunque più guidare, anche senza patente, senza aver frequentato una scuola, con i mezzi su ruota che quasi te li regalano ad ogni angolo di strada, non esco più. Chi sapeva guidare, aveva sostenuto un esame, conseguito una patente, aveva sudato sette camicie per potersi permettere un mezzo a motore, oggi sta rintanato in casa a osservare tristemente il marasma, il caos totale, dalla finestra. Solo alcuni, rarissimi temerari, si cimentano in strade poco battute, piste nel deserto, percorsi nelle foreste pluviali, sentieri pericolosi di alta montagna ai limiti dei precipizi. E tutti questi imbecilli, ignoranti, fermi in strada, non si rendono neanche conto che così non vanno da nessuna parte. Prima, quando in strada guidava solo chi sapeva guidare, si viaggiava a meraviglia e tutti si spostavano e arrivavano a destinazione, rapidamente e illesi. Oggi, che tutti vogliono guidare, possedere il proprio mezzo di ultima generazione, non ci si sposta di un millimetro, tutti fermi, inchiodati in un traffico rumoroso, pericoloso e tossico.
– … è una metafora, vero?
– Certo che è una metafora, imbecille!

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Grazie Mario…

Rullante

Un esempio di “grazie Mario”?
Tipo quando sei percussionista di un’Orchestra e in programma avete il Bolero di Ravel, e tu picchietti per 169 volte sul rullante le stesse due misure dell’ostinato, e dopo 18 minuti di tensione sulle spalle e la tua vita che ti scorre davanti agli occhi, il pubblico applaude il Direttore che, sorridente, ha balzellato tutto il tempo contento sulla pedana.

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Ci proviamo

pascolo«Mi avete rotto il cazzo con ‘sto “Ci proviamo…”, Ci proviamo?? Una cosa o la sai  o non la sai fare, cazzo! Se devi ancora provarla, bene, ripassa quando la sai fare!! Hai mai sentito, chessò, “Professore, allora, operiamo al cuore?”… “Bè, ci proviamo…” oppure “Allora, comandante, accendiamo i motori? Decolliamo?… “Mhà, ci proviamo…” ci proviamo, un cazzo! Da quando abbiamo aperto le scuole a tutti, abbiamo garantito un diploma anche agli ignoranti, non abbiamo più negato una laurea a nessuno, abbiamo riempito i posti di lavoro di inutili raccomandati e timidi eterni principianti, sono tutti lí a provarci, poveri cuccioli, e non si trova più un Cristo capace di fare una cosa con certezza! La scuola era il luogo della simulazione, del “provarci”, la scuola! Dove l’unico che veniva danneggiato dai propri errori eri solo tu, alunno apprendista! Poi la stessa scuola certificava che non eri più un apprendista, che la cosa la sapevi fare, che l’avevi capita, provata cento volte ed eri capace a farla. Potevi uscire nel mondo reale e dire “Lo so fare!” Ma purtroppo la scuola è stata smembrata, privata del ruolo di selezionatrice, ogni scarrafone ha cominciato a pretendere il pezzo di carta… non quello, l’altro, quello da incorniciare e allora, liberi tutti! Aprite le porte! Fate uscire i buoi dalla stalla, fateli “provare” liberi per i pascoli, vestiti con mantelli di falsa modestia».

«… ma»

«E non provare a dire un cazzo!»

«… si Yoda.»

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Evoluzione aurea.

Relaxing on the rock

– Le scimmie mangiano, giocano, si rilassano, dormono ma soprattutto non fanno nulla, allora mi chiedevo, perchè noi ci siamo evoluti?

– Per estrarre e accumulare oro.

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Porta il banjo

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– Ma l’avevi avvisati che non viviamo più a Genova da tanti anni?

– Avevo capito che c’avresti pensato tu…

– Io??… ma se non chiamo neppure mia madre! Lo sai che odio certe cose.

– E allora niente, io non l’ho avvisati…

– Sarà per la prossima volta.

– Va bene, ma facciamo da te o da me?

– Facciamo da te che ci sono tanti bei campi liberi e spaziosi. Da me, in mezzo alla fitta giungla, va a finire che non mi trovano ‘n altra volta.

– Cosa devo portare?

– Ma niente, che vuoi portare? Tanto è una cosa di un attimo, non ci stiamo a lungo. Porta il banjo.

 

[ Fonte: http://www.genovapost.com/Genova/Cronaca/Gli-alieni-attaccano-Genova-127131.aspx ]

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